In sintesi. Un uomo condannato in primo grado a tre anni di reclusione per aver usato documenti falsi intestati a un’altra persona è stato assolto dalla Corte d’Appello di Ancona con la formula «per non aver commesso il fatto».
- Primo grado: Tribunale di Macerata, condanna a tre anni di reclusione
- Appello: Corte d’Appello di Ancona
- Accuse: falso, sostituzione di persona, possesso e fabbricazione di documenti di identificazione falsi
- Esito (ottobre 2025): assoluzione da tutte le accuse per non aver commesso il fatto
- Difensore: Avv. Catello De Simone
Cosa è successo
Secondo l’accusa, nel 2020 erano stati falsificati la carta d’identità e la patente di un uomo residente fuori regione. Con quei documenti erano stati aperti un conto corrente online e una carta carburante. Le indagini avevano individuato come responsabile un uomo della provincia di Macerata, condannato in primo grado a tre anni di reclusione.

Il nodo giuridico: chi ha davvero commesso il fatto?
Nei reati commessi online con un’identità altrui – sostituzione di persona (art. 494 c.p.) e possesso o fabbricazione di documenti di identificazione falsi (art. 497-bis c.p.) – spesso non è in discussione che il fatto sia avvenuto. La vera domanda è chi lo ha commesso. Utenze telefoniche, indirizzi email, accessi informatici e flussi di denaro devono ricondurre all’imputato in modo certo.
Il codice di procedura penale consente la condanna solo se la responsabilità è provata al di là di ogni ragionevole dubbio (art. 533 c.p.p.). Se la prova è insufficiente o contraddittoria, il giudice deve assolvere.
Il lavoro della difesa
L’Avv. Catello De Simone ha impugnato la sentenza di primo grado sostenendo che non c’era la prova della colpevolezza. L’analisi degli atti ha messo in luce elementi trascurati:
- le due utenze telefoniche usate per attivare gli account appartenevano ad altre persone, così come l’indirizzo email necessario per l’attivazione dei servizi;
- le indagini non avevano escluso che i fatti fossero stati commessi da altri;
- gli elementi a carico dell’imputato non bastavano a superare il ragionevole dubbio.
L’esito
Nell’ottobre 2025 la Corte d’Appello di Ancona ha accolto i motivi d’appello, ha riformato la sentenza di primo grado e ha assolto l’imputato da tutte le accuse per non aver commesso il fatto.
Cosa insegna questo caso
- Una condanna in primo grado non è definitiva: l’appello consente un nuovo esame completo delle prove.
- Nei reati legati all’identità digitale la difesa passa dalla verifica tecnica di utenze, email e accessi.
- I termini per impugnare sono brevi: è importante far leggere la sentenza a un penalista appena viene depositata.
Domande frequenti
Cosa significa essere assolti «per non aver commesso il fatto»?
È la formula con cui il giudice riconosce che il reato può essere stato commesso, ma non dall’imputato. È una delle formule di assoluzione più ampie previste dall’art. 530 c.p.p.
Si può essere assolti in appello dopo una condanna?
Sì. La Corte d’Appello riesamina la decisione nei limiti dei motivi proposti e può riformarla, anche ribaltando una condanna in assoluzione.
Quanto tempo c’è per presentare appello?
Il termine va da 15 a 45 giorni e dipende dalle modalità di deposito della motivazione della sentenza. Per questo conviene rivolgersi a un avvocato subito dopo la lettura del dispositivo.
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Fonte: Corriere Adriatico, 27 ottobre 2025.
Il caso è raccontato senza nomi né dettagli che permettano di identificare la persona assistita, nel rispetto del Codice deontologico forense. Ogni procedimento ha una storia propria: l’esito descritto non è garanzia di risultati analoghi in altre vicende.